30 giugno 2010

Università, si cambia. Con merito

Un tempo per i ragazzi c’era la leva obbligatoria. Oggi per ragazzi e ragazze c’è l’università resa obbligatoria per condizionamento sociale. Alcuni giovani affrontano gli studi universitari per realizzare un investimento per il loro futuro; la maggioranza frequenta invece l’università come un’attività del tempo libero.

Luigi Berlinguer, con la sua riforma del 1999, stabilì che il successo di un ateneo, di una facoltà, di un corso di laurea sarebbe stato valutato dal numero dei laureati sfornati ogni anno. L’obiettivo è stato perseguito dai professori tanto realisti quanto irresponsabili che hanno inventato corsi fantasiosi, moltiplicato materie d’insegnamento dove, in moltissimi casi, non c’era niente da insegnare

Le proposte più sconsiderate hanno avuto, per la loro inattesa comparsa ed evidente stranezza, l’attenzione della stampa.

Abbiamo avuto corsi di laurea dagli sbocchi professionali inesistenti o presentati senza senso della misura, come il corso di “Operatori per la pace” che, nella presentazione del medesimo, si apprende che i laureati potranno svolgere attività lavorative come “mediatori dei conflitti in vari contesti: scuola, lavoro, quartiere, enti locali e altre organizzazioni” oppure essere impegnati come “‘formatori di formatori alla educazione alla pace”.

Proporre l’operatore per la pace di quartiere e il formatore di formatori dà la dimensione della disinvoltura con cui il corpo docente di un ateneo ha moltiplicato e sbriciolato l’offerta didattica riversandola irresponsabilmente sulla testa degli studenti.

L’università è oggi considerata come un ristorante. In molti corsi di laurea si entra, cioè si frequenta, e si esce, cioè non si frequenta, a piacere. I piani di studio che conducono al titolo finale sono confezionati come il carrello della spesa al supermercato. Si scelgono le materie più convenienti, quelle che richiedono il minimo impegno e sicuro superamento dell’esame. Ci sono anche le ‘offerte speciali’. Con la scusa di sperimentare nuove forme di insegnamento, come sollecitato della riforma del 1999, non sono mancati casi estremi di superamento dell’esame senza una prova finale.

Bastava ascoltare a bocca aperta il docente ‘innovatore’ che così dimostrava di praticare ‘nuovi modi di trasmissione dei saperi’.

Questi comportamenti hanno danneggiato soprattutto gli studenti in cerca di una preparazione da spendere anche sul mercato del lavoro. Essi sono stati disorientati dalla babele di corsi e dalla mancanza di percorsi di preparazione; un assurdo praticabile senza troppe difficoltà nell’ambito delle discipline umanistiche e sociali.

Queste non sono meno importanti di quelle scientifiche che, a causa dell’inevitabile rigore di base, ha contenuto lo sfacelo dei corsi di laurea. Sono però i luoghi dove gli studenti migliori sono mortificati per lo sperpero del bene più prezioso che si affaccia all’istruzione universitaria: lo studente eccellente.

La riforma del’università, che tra pochi giorni inizierà l’iter parlamentare al Senato, potrà riparare i danni prodotti negli ultimi dieci anni dalla parte peggiore del corpo docente solo se verrà modificato profondamente il modello di governo degli atenei. Le università non sono in affanno per le sole difficoltà di bilancio. Lo sono perché le scelte compiute dai baroni (in assoluta mancanza di responsabilità), accanto al dissesto finanziario. Hanno compromesso (con un reclutamento ispirato largamente da interessi personali) la funzione importante dell’istruzione universitaria per almeno una generazione.