Rigore più sviluppo: formula vincente
Quando si parla di vertici internazionali come il G8 ed il G20 appena conclusi in Canada, molti girano la testa, spesso non a torto, considerando nella migliore delle ipotesi questi summit occasioni da addetti ai lavori della diplomazia, quindi lontane dalla vita quotidiana, e nella peggiore manifestazioni di grandezza fine a se stessa dei capi delle potenze mondiali, e dunque meritevoli di essere prese di mira dai contestatori di vario tipo, dagli ambientalisti agli antisistema come i black bloc.
In realtà anche se il rituale appare spesso irritante, l’Italia è tra i paesi che hanno saputo utilizzare al meglio questi incontri, difendendo l’interesse nazionale su questioni molto concrete e tipiche della vita quotidiana. Era accaduto nel 2009 con la presidenza italiana ed il summit dell’Aquila, ed è stato così anche nell’anno di presidenza canadese. Senza dimenticare che nel frattempo i grandi si sono riuniti in via straordinaria più volte – come a Londra – per affrontare la crisi economica.
Per venire al concreto:
- Si trattava di decidere se privilegiare il rigore, come chiede la Germania, oppure lo sviluppo, come vogliono gli Usa. Il nostro governo ha da tempo adottato la linea “rigore più sviluppo”, e questa linea è passata. Se ci fossimo adattati alla formula del rigore, avremmo dovuto sacrificare più spesa pubblica e più lavoro, con ricadute molto pesanti. Se avessimo dato fiato alle trombe esclusivamente dello sviluppo, con tutti i centri di spesa che abbiamo nel Paese, la situazione ci sarebbe sfuggita di controllo. La sanità regionale è l’esempio tipico di tutto ciò, ed è qualcosa di molto concreto con cui tutti abbiamo a che fare quotidianamente.
- Tutti i paesi si sono impegnati a dimezzare i deficit di bilancio entro il 2013. Ciò significa che gli aiuti pubblici dati all’economia ed al lavoro per fronteggiare la crisi dovranno rientrare nella normalità nell’arco di tre anni, oppure che il Pil, la ricchezza, dovrà aumentare. Tra tutti i maggiori paesi europei più Usa e Giappone, l’Italia è quello con il compito più agevole. È per questo che Silvio Berlusconi ha potuto dire a ragion veduta “Siamo già avanti nei sacrifici, il compito non ci spaventa”. Il deficit italiano è oggi del 5,3% del Pil, subito dopo viene la Germania con il 5,6. Lasciando perdere Spagna e Grecia (11,5 e 9,4), gli Stati Uniti sono all’11%, il Giappone al 7,9, la Gran Bretagna al 12,8, la Francia all’8,4.
- Poiché non basta dire “siamo messi meglio”, proviamo a spiegare perché Berlusconi e Tremonti hanno ottenuto per noi la formula migliore. Il deficit è misurato in rapporto al Pil, cioè alla ricchezza prodotta. Se questa aumenta il deficit si riduce dunque automaticamente, ma se questa continua a stagnare o crescere poco occorre impugnare le forbici e tagliare la spesa pubblica. La manovra del governo da 24,9 miliardi serve appunto a questo; però già nel 2010 è prevista una ripresa dell’economia italiana dell’1,2%, e dell’1,6 l’anno prossimo. Dunque i sacrifici da fare saranno ridotti rispetto a quanto chiesto ad altri paesi: alla Germania, alla Francia e alla Gran Bretagna, per esempio. E tuttavia questi sacrifici non saranno comunque tagli e basta: è un’occasione per far dimagrire uno Stato ancora troppo dilatato nella sua presenza, eliminare sprechi e privilegi, rilanciare l’iniziativa privata.
- L’altro impegno riguarda il debito, che a differenza del deficit annuale non è dinamico: si tratta della somma di tutti i passivi accumulati dagli Stati nel corso dei decenni. Noi ne abbiamo di particolarmente elevati, sia a livello centrale, frutto della Prima repubblica, sia a livello locale, frutto delle mani bucate di certe amministrazioni (quasi tutte di sinistra) che hanno ottenuto (sempre dalla sinistra) molti poteri e zero responsabilità. Basta pensare ai 12 miliardi di debito della regione Lazio e agli altrettanti 12 miliardi del Comune di Roma di cui la Corte dei conti ha appena attribuito la responsabilità alle giunte veltroniane del Campidoglio. In Canada, Berlusconi ha comunque ottenuto che entro il 2016 i debiti vengano ridotti o stabilizzati. E’ insomma passato il principio che non si possono tagliare repentinamente le eredità del passato. Non solo: pochi giorni fa, a Bruxelles, il nostro premier aveva ottenuto che la definizione di debito tenesse conto della sua “sostenibilità”. Cioè che guardasse sì al debito pubblico, ma anche all’esposizione di famiglie e aziende. E siccome le nostre famiglie sono le più risparmiose del mondo, e le nostre aziende – specie le piccole e medie – si indebitano poco, nella nuova classifica mondiale l’Italia è praticamente alla pari con la Germania, meglio di Usa, Giappone, Gran Bretagna e Francia. Abbiamo insomma una ricchezza e un tesoro nascosto, che solo questo governo ha saputo valorizzare.
- Non è passata neppure la tassa sulle banche, chiesta fortemente dalla Germania e dalla Gran Bretagna, e simbolicamente dagli Usa. Ma definita da Berlusconi “contraria all’interesse nazionale”. E questo non perché il nostro governo voglia particolarmente bene alle banche, ma perché ha a cuore la difesa dei correntisti e dei risparmiatori, come ha già dimostrato nei due anni precedenti tutelando i loro conti ed i loro mutui. Bastano poche cifre per capirlo: durante la crisi finanziaria la Casa Bianca ha concesso alle banche aiuti diretti, sotto forma di capitale azionario, per 2.500 miliardi di dollari. L’Italia per 4,1 miliardi di euro (lo 0,6 del Pil), e solo come prestiti (i Tremonti bond), a rendimento adeguato. La Germania ha impiegato per aiuti alle banche il 3,8% del proprio Pil, e nonostante questo è esposta nei paesi a rischio per 465 miliardi di euro. La Francia è esposta per 493 miliardi, nonostante i generosi salvataggi bancari concessi dal governo di Parigi. Una tassa sulle banche verrebbe immediatamente trasferita da queste alla clientela: ma l’Italia non ne ha bisogno, avendo appunto aiutato i risparmiatori, non i banchieri. Poteva sconfessare questa linea? Dunque ogni paese si regolerà in base alla propria situazione interna.
- Infine il summit ha sancito le nuove relazioni speciali, anche commerciali, con la Cina, ma soprattutto con la Russia. Alla immediata vigilia, Barack Obama ha ricevuto il presidente Dmitri Medvedev, annunciando il sostegno Usa all’ingresso di Mosca nell’organizzazione mondiale del commercio. E’ la linea da sempre praticata da Berlusconi, in largo anticipo sui tempi. In questi paesi l’affermarsi della democrazia, del mercato e la dinamica demografica apriranno le vere occasioni sia per gli Usa sia per la vecchia Europa. Questo governo lo aveva capito e praticato da tempo: le nostre aziende avranno più possibilità di investimento e di esportazioni, dalla Russia e dalla Cina verranno anche i capitali da investire in Italia. E tutto ciò significa lavoro, e significa anche non farsi prendere in contropiede dalla storia.
Ecco: tutto questo vale molto di più del tradizionale contorno di “curiosità” con cui i nostri giornali condiscono spesso i summit internazionali. La disposizione dei posti nella foto di gruppo, o quanto dura una conferenza stampa, sono particolari che riguardano la forma e non interessano a nessuno. I risultati concreti toccano invece la sostanza della nostra vita quotidiana: e, con questo governo, non sono mai mancati, neppure nel remoto Canada.







