28 ottobre 2009

Economia. Ripresa, l’Italia è pronta

economia1Dopo l’11 settembre, il mondo prese coscienza che “nulla sarebbe stato più come prima”. Era vero solo in parte. Certo: ci furono due guerre in due anni; ma è questa crisi economica (della quale solo oggi vediamo la luce alla fine del tunnel) che rischia di modificare in modo strutturale i comportamenti futuri: esattamente come la Grande depressione cambiò il mondo dal 1930 in avanti.

Tutti gli economisti e gli uomini di governo concordano su un punto: è una crisi anomala. Nata nella finanza, si è propagata all’economia reale. Ed oggi la finanza è proprio la prima a mettere fuori la testa per prima dalla crisi. L’economia reale ancora paga il colpo di coda con fabbriche che licenziano e ripresa lenta. Eppure, le regole che controllano il mondo della finanza non sono cambiate un granchè. Al punto che più d’un premio Nobel ha osservato che le potenzialità di rischio di una nuova crisi sono ancora tutte sul tappeto. Mentre è cambiato – ed in modo radicale – l’approccio dei governi nei confronti dell’economia reale.

Può sembrare paradossale, ma così. Nella finanza, dov’è nata la crisi, non sono cambiate le regole; nell’economia reale, che ha subito la crisi finanziaria, si. A partire dal ruolo dello Stato nell’economia.

In tutto il mondo, sono intervenuti gli Stati. Solo a difesa del sistema bancario hanno mobilizzato 5 mila miliardi di dollari. Questa scelta (limitatissima in Italia) ha provocato un aumento dei debiti pubblici nazionali. In altre parole, i debiti pubblici si sono sostituiti ai debiti privati. Ovunque, tranne che in Italia. Quello nazionale, infatti, cresce non per aumento in termini reali (o almeno, non solo per quello); ma perché scende il denominatore del rapporto su cui si misura il debito: cioè, il pil. Vuol dire che i contribuenti di mezzo mondo hanno pagato i debiti delle banche.

Il problema, quindi, è stimolare la crescita. La politica economica del governo ha creato le condizioni per mettere le imprese con la prua al vento al primo refolo di ripresa. Lo ha fatto con la detassazione degli utili reinvestiti; con il bonus lavoro; con l’accelerazione dei pagamenti della pubblica amministrazione nei confronti delle aziende fornitrici.

Ma lo ha fatto soprattutto estendendo un ombrello protettivo di copertura sociale per chi vive direttamente la crisi. Cioè ha aumento le risorse a disposizione degli ammortizzatori sociali; al punto che oggi sono pari al doppio delle richieste di cassa integrazione.

Oggi queste misure devono essere sostenute ed accompagnate da altri interventi nella stessa direzione. Così da accelerare l’uscita dalla crisi. Da qui, la scelta dello scudo fiscale, che potrà (oltre combattere i paradisi fiscali) anche garantire quella molla – finanziaria – in grado di far scoccare la scintilla della ripresa.